L’artista attinge ai giornali di moda italiani degli anni Novanta — riviste, editoriali, pubblicità — per costruire una vera e propria archeologia del desiderio contemporaneo. La selezione dei ritagli è chirurgica. Ogni figura non è scelta per il suo valore iconico isolato, ma per la sua capacità di generare connessioni. I corpi femminili, gli accessori, le automobili, i loghi, le parole in bold tipografiche — “Freedom”, “Make”, “USA”, “Fantasia” — funzionano come nodi semantici. Lo spettatore viene agganciato da un’immagine seducente, da uno sguardo, da una posa, e poi trascinato altrove, lungo traiettorie visive che collegano frammenti diversi.
La profondità non è prospettica ma stratigrafica. I livelli si sovrappongono creando piani di lettura multipli: erotismo, lusso, identità, aspirazione, potere economico. L’immaginario della moda — apparentemente leggero — si rivela come uno dei principali costruttori di identità collettiva. Il corpo non è solo corpo: è linguaggio, promessa, proiezione sociale.
La pittura non incornicia il collage, lo destabilizza. Il colore invade, sporca, connette. Trasforma la pubblicità in campo di tensione estetica.